ANTONIO RIGON, Dal libro alla folla. Antonio di Padova e il francescanesimo medievale, Viella [“I libri di Viella”, 31], Roma 2001, 288 + III p., euro 20,00.
Sempre più spesso si sente affermare che non si può ridurre il francescanesimo, neppure quello della prima metà del secolo XIII, a Francesco d’Assisi e che quindi vanno studiate le altre figure che hanno condiviso l’appartenenza all’ideale minoritico. Tra queste presenze non secondario certamente è Antonio di Padova, a proposito del quale possiamo distinguere tra una bibliografia divulgativa, sopratutto di tipo devozionale, e una bibliografia scientifica. Tra quest’ultima certamente un posto di rilievo ha Antonio Rigon, del quale è apparsa una raccolta di saggi presso la collana I libri di Viella.
Il volume si compone di undici capitoli, divisi in tre parti, preceduti da una premessa e una cronologia antoniana. Molto articolata è la bibliografia finale divisa in fonti inedite e fonti edite - studi. Un indice finale dei nomi di luogo e di persona rende facilmente consultabile il volume.
Nella premessa (pp. 9-15) Rigon congiunge tra loro gli undici saggi già editi, eccetto il quinto e l’undicesimo, tra il 1978 e il 2000: naturalmente il punto di raccordo è la figura di Antonio di Padova, colto soprattutto come «un fondamentale anello di congiunzione» tra Francesco d’Assisi, considerato come il fondatore, e il francescanesimo, o meglio l’Ordine minoritico. Immediatamente però l’autore riconosce che Francesco è assente dalla Vita prima o Assidua, cioè dalla più antica e autorevole agiografia antoniana, evidenziando così che quest’opera è estranea a quel francescanesimo convenzionale del secolo XIII, in cui tutto rifluisce attorno a Francesco e al suo carisma. Tutto ciò indica chiaramente che serve liberarsi dagli stereotipi di un Antonio esclusivamente taumaturgo, o semplice discepolo di Francesco, decontestualizzato dalla più ampia storia dell’Ordine minoritico.
Nella prima parte Rigon mette in rilievo l’aspetto minoritico della vicenda antoniana contestualizzandola all’interno del minoritismo padano (pp. 21-45), della cultura universitaria dell’Ordine francescano delle origini (pp. 47-67), vedendo la recezione dei Sermones nel Duecento (pp. 69-88) e l’opera di Antonio in rapporto sia a Ezzelino da Romano (pp. 89-105) sia alla successiva tradizione dell’Ordine minoritico e della cultura spirituale del basso medioevo (pp. 107-131).
La seconda parte mette in evidenza invece la santità cittadina di Antonio nel più ampio contesto della presenza minoritica a Padova nel Duecento (pp. 135-166), della sua attività pubblica continuata dal francescanesimo successivo, come risulta da una deposizione testimoniale del beato Luca Belludi «socius» di s. Antonio (pp. 167-175), e del valore simbolico del suo culto, evidenziato non solo da notizie circa il coinvolgimento in esso anche delle autorità cittadine (pp. 177-189), ma pure, per non dire soprattutto, dal sorgere di una devozione e un culto comunale alternativo come quello per il beato Antonio il Pellegrino (pp. 191-212).
L’ultima parte, la terza, invece è una attenta analisi sia della storiografa antoniana del Novecento (pp. 215-234) sia del contributo portoghese agli studi antoniani (pp. 235-246).
Al termine tre pagine fuori testo mostrano la riproduzione di alcune immagini che rendono più facilmente comprensibili le considerazioni che l’autore fa circa l’iconologia antoniana.
La tematica ritornante nel testo è il rapporto tra Antonio e Francesco d’Assisi o, meglio, quale tipo di francescanesimo rappresenta la vicenda antoniana. In questo senso è illuminante il primo saggio che inquadra Antonio, rappresentante della seconda generazione francescana, all’interno del minoritismo padano. Attingendo dalle considerazioni di Miccoli circa l’uso delle agiografie per uno studio storico l’autore mette in evidenza il posto eminente che deve essere dato a l’Assidua, con ogni probabilità la leggenda scritta in occasione della canonizzazione (1231-1232) e «dalla quale in vario modo le altre Vite dipendono» (p. 23). In quest’opera, che riflette i problemi dell’Ordine minoritico degli anni venti del secolo XIII, è assente la figura di Francesco, così come i ruoli di responsabilità svolti nell’Ordine e gli studi, ma ciò non meraviglia tenendo conto che essa è un’opera in cui l’autore sottolinea fortemente il ruolo centrale della città di Padova. La vicenda di Antonio infatti si colloca nella linea del minoritismo internazionale e padano, «cresciuto per lo più lontano dall’Umbria e da Francesco, maturato nell’attività apostolica in stretto collegamento con la curia romana, con i frati Predicatori, con gli ambienti di studio e con le Chiese locali» (p. 34) e la sua canonizzazione rappresenta «il trionfo e, comunque, una tappa importante sulla via della realizzazione del disegno politico-religioso della Sede apostolica e degli Ordini mendicanti nell’Italia settentrionale» (p. 36) e in ciò un ruolo importante ebbe la città di Padova. Gli stessi sermoni di Antonio, e più ancora quelli del minorita fra Sopramonte, «mostrano, per così dire, il volto pastorale del francescanesimo e sono specchio delle tendenze, manifestatesi attorno agli anni trenta tra i frati minori, a superare posizioni di pura e semplice testimonianza evangelica per assumere compiti di ammaestramento, formazione e guida nella Chiesa e nella società» (p. 82). Nonostante ciò Rigon riconosce che «Antonio conservò per tutta la vita il desiderio dell’eremo [...]. Fu un mistico purissimo, [...], un mistico tra la folla» (p. 82). Antonio quindi è una figura importante nello sviluppo del francescanesimo e proprio per questo la sua vicenda è stata presto collegata a quella di un altro personaggio chiave, frate Elia, diventandone la controfigura positiva (pp. 107-111).
Circa il rapporto di Antonio e i Minori con la città di Padova nel Duecento le diverse vicende sono sintetizzate da Antonio Rigon da una specie di slogan, «libera povertà», che evidenzia come «pur radicato nella realtà locale, l’Ordine francescano aveva però una dimensione non certo riconducibile a confini municipali nelle strutture organizzative, negli uomini, nella cultura, nella diffusione» (p. 151).
Altro aspetto importante trattato da Rigon è la formazione ricevuta da Antonio durante la sua permanenza a Lisbona e Coimbra e l’influsso che essa ebbe nella complessiva vicenda antoniana, soprattutto riguardo alla composizione dei Sermones. Ciò che è certo è che «negli anni della formazione il santo aveva avuto a disposizione solidi strumenti del sapere, in un ambiente aperto alla circolazione di uomini e di libri, in probabile contatto con l’Università di Parigi e comunque con quella scuola parigina di S. Vittore» (p. 50). Messo in evidenza tutto ciò rimane il problema del «rapporto tra esperienza canonicale e vita minoritica dopo il passaggio di Antonio tra le file francescane nel 1220» (p. 236), cioè di cosa ci sia di francescano in lui. Secondo alcuni Antonio è francescano in quanto il suo pensiero è fortemente ancorato alla Bibbia e diffidente nei confronti delle «phylosophorum argutias» e la sua figura ― «in quanto capace di assommare in sé santità e cultura» (p. 58) ― diventa il tramite tra Assisi e la cultura universitaria soltanto a Parigi con Giuliano da Spira. Nella francescanizzazione dell’agiografia del frate portoghese un ruolo importante ha certamente il racconto dell’apparizione di san Francesco ad Arles mentre sant’Antonio sta predicando, essendo congiunte in questo episodio la vicenda francescana e quella antoniana. Ma secondo Rigon, «il vero problema storico non sta nel precisare il tasso di francescanità di Antonio, ma nel capire il significato dell’esperienza e dell’opera antoniana nell’ambito del movimento francescano e nell’individuare il peso della sua eredità di santo popolare, dotto predicatore e scrittore all’interno dell’Ordine dei Frati minori, nel quale entrò dopo aver dismesso i panni di canonico regolare» (p. 237). Continuando l’autore afferma che «in realtà l’attenzione pastorale è un filo che collega il Fernando canonico con l’Antonio francescano e sembra costituire anche una sua eredità, in particolare negli ambienti in cui più a lungo operò nell’Italia settentrionale» (p. 238). In ciò «Antonio è figura di passaggio, tramite fra tradizione e novità» (p. 242), o meglio, afferma Rigon alla conclusione dell’ultimo saggio, dall’istituzione canonicale all’intuizione francescana.
Certamente centrale nel testo di Rigon è il problema delle fonti riguardanti Antonio da Padova, tanto che alcuni hanno parlato di una «questione antoniana». Rigon non concorda pienamente nell’uso di questa espressione perché vi vede il rischio di cadere nell’errore di certa storiografia antoniana che spesso ha letto le vicende del Santo in parallelo a quelle di Francesco, non riconoscendo «l’esistenza nell’Ordine minoritico, già dalla prima metà del secolo XIII, di una pluralità di modelli di santità non riconducibili a Francesco» (p. 227).
Nel suo testo Antonio Rigon offre veramente un bel strumento per conoscere Antonio da Padova e, tramite lui, una sfaccettatura importante del francescanesimo del Duecento; tutto ciò va a beneficio di tutti gli studi francescani medievali, ma direi soprattutto a quelli inerenti alla figura stessa di Francesco d’Assisi. Infatti riconoscere che il francescanesimo, anche quello della prima metà del Duecento, non è un essere monolitico che gravita attorno a Francesco significa dare il giusto peso alla figura stessa dell’Assisiate, rendendola in questo modo maggiormente comprensibile. Spesso la storiografia francescana, a volte anche quella più accorta, inizia i suoi studi dando per scontato che una determinata persona sia francescana (nel senso di adesione all’esperienza cristiana di Francesco d’Assisi) e quindi tutto viene letto di conseguenza, mentre sarebbe opportuno dimostrare questo postulato iniziale, anche nel caso che uno abbia fatto esplicitamente parte dell’Ordine minoritico essendo non solo ipotetico il caso di frati minori che hanno vissuto secondo altre esperienze spirituali, forse anche continuando a richiamarsi all’ideale francescano. Soltanto mediante questa onestà intellettuale è possibile ancora una volta incontrare la vicenda storica di un determinato personaggio come Antonio e proprio a questo educa e conduce Antonio Rigon nei suoi saggi ora pubblicati.
prof. pietro messa
pubblicata in: Frate Francesco 69 (2003), pp. 272-276.
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