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SERVUS GIEBEN, Lo stemma francescano. Origine e sviluppo, Istituto Storico dei Cappuccini [Icononographia Franciscana, 18], Roma 2008, 79 p., 115 ill., € 18,00 - ISBN 978-88-88001-60-9.

Il testo di padre Gieben, collocato nella collana «Iconographia Franciscana» dell'Istituto Storico dei Cappuccini, allarga un contributo che già ci aveva proposto (S. Bonaventura e l'origine dello stemma francescano, in «Doctor Seraphicus», 55 [2008], pp. 67-80) arricchito da un sorprendente apparato iconografico di 115 riproduzioni di tavole e stemmi francescani.

L'indagine condotta dall'Autore parte in tempi recenti quando l'emblema francescano vive nell'esplosione simbolica dello scudo inquartato assemblato dai Minori «dell'Unione Leoniana» collocato alla base di un grande Albero dell'Universa Serafica Santità del 1901. Numerosi gli ornamenti dell'arma francescana: manto, pendente, rami d'olivo carichi di simboli d'onore ecclesiastico e secolare, cuore trafitto, corona di spine, stendardo e gigli. Stemma quanto mai complicato nell'assemblaggio del linguaggio simbolico, usato dal 1885 al 1970 (p. 6, fig. 2); quindi fino a dopo il post-Concilio quando ci fu la richiesta di una semplificazione di abiti, simboli, non più rispondenti a una sobrietà coincidente con il buon gusto.

Varie sono le ipotesi, non tutte corrette, sull'origine dell'emblema dei francescani. L'Autore le riferisce nel primo degli undici punti in cui si articola il suo testo. Il simbolo appare alla fine del '400 in riferimento all'iconografia di san Bonaventura canonizzato il 14 aprile 1482 dal confratello Sisto IV. Il Sedulius (Historia seraphica, Anversa 1613, p. 293) giustifica l'origine iconografica affermando che Bonaventura cardinale volle nello stemma la mano di Francesco inchiodata su quella di Cristo, com'è illustrato nelle immagini quattrocentesche (ill. 18, 21, 22), e ne riporta le antiche leggende o fatti verosimili (seppure altre iconografie effigino il santo cardinale con emblemi somiglianti al trigramma bernardiniano). Anzi con felice investigazione e intuizione l'Autore è riuscito a raggiungere la fonte originale di questo simbolo ravvisata nel testo fiammingo del 1518, Wijngaert van Sinte Franciscus, di anonimo francescano.

Nello sviluppo successivo del simbolo si perde l'intensità di significato delle due mani inchiodate, per divaricarle e snaturarne la specificità. Forse in parte lo si deve a quello spirito di artista mecenate che fu Francesco Sansone da Brescia, ministro generale minorita dal 1475 al 1499. Ad Assisi v'è la sua impronta con tre tipologie un poco dissimili. Ci piace segnalare come sia più numeroso l'uso dell'emblema francescano nella sua sede generalizia bresciana nel convento di San Francesco: i famosi corali miniati (ora nella Biblioteca Queriniana) ostentano la leonessa bianca su campo rosso cui è sovrapposta l'insegna della «conformità», cioè delle braccia di Cristo manicata in bianco e di Francesco manicata in bruno. L'emblema ritorna scolpito in pietra dipinta nella chiave di volta della sacrestia, come pure nel chiostro per ricordare il rifacimento del convento. Ma la divulgazione più ampia dello stemma si dovette per certo alla xilografia che abbellisce il De conformitate beati Franciscii di Bartolomeo da Pisa nell'edizione milanese del 1513 (fig. 26).

E a proposito della manica, ricordo quanto, con sorriso bonario, mi rilevava padre Villibrord van Dijk, circa la manica stretta delle «osservanze» più o meno rigorose che ricopre il braccio del Padre serafico rispetto a quella larga, naturalmente dei minori conventuali!

Nel corso dei secoli seguenti questo emblema ha un gran numero di tipologie diverse. L'Autore le raggruppa in quattro classi: la semplice (figg. 24 ss.), le bipartite (figg. 64 ss.), le tripartite (figg. 68 ss.) e quadripartite (figg. 4 ss.). Ognuna di queste categorie viene descritta con il riportare varie esemplificazioni. Vi è l'aggiunta del cuore della corda annodata, con croce o senza, con le mani inchiodate o sciolte, con la Colomba radiosa, con la corona nobiliare o di spine.

Seguire la piacevole, erudita e puntualizzante descrizione dell'Autore in questa nota trasformerebbe la completa ricerca storica iconografica in una stanca pedanteria. Il prezioso libro poco più di un opuscolo fitto di notizie e di illustrazioni è da gustare con mente, occhi e cuore: parla dei confratelli francescani, della loro autocoscienza, del loro entusiasmo e del loro «formalismo». Dopo aver individuato le categorie in cui ripartire globlamente la tipologia degli stemmi, l'Autore si sofferma sugli ornamenti utilizzati. A quelli proposti, vorremmo aggiungere anche la corona del rosario, gli strumenti della passione, i «tenenti» e altri ornamenti vari.

Il significato originario dello stemma risale dunque a san Bonaventura memore dell'«inscindibile patto» tra san Francesco e il Salvatore con l'unico chiodo che fissa le due mani; poco dopo la sua canonizzazione, al tempo del Sansone, il significato si diluisce sciogliendo, separando e distanziando le due mani.

E condividiamo pienamente la non retorica domanda con cui l'Autore chiude il suo dotto excursus: «Dopo aver concluso questo sguardo di insieme sulla storia dello stemma francescano, ci sembra ovvio di domandarci se, anche in questo caso, non sarebbe opportuno ritornare all'origine di questo simbolo tanto glorioso e impegnativo per il francescanesimo?» (p. 35).


prof. ludovico bertazzo

pubblicata in: Il Santo 49 (2009), fasc. 1, pp. 233-234.

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