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PAULO EVARISTO ARNS, La tecnica del libro secondo san Girolamo, traduzione e cura di Paolo Cherubini, Edizioni Biblioteca Francescana, Milano 2005, 256 p., € 17,50 - ISBN 88-7962-115-7.

Il testo proposto è la traduzione del libro La technique du livre d'après Saint Jérôme, pubblicata a Parigi nel 1953 da E. De Boccard Editeur come "Thèse pour le Doctorat ès Lettres présentés à la Faculté des Lettres de l'Université de Paris". Alla traduzione è stata premessa una Prefazione (pp. 3-8) dell'autore stesso, datata 27 marzo 2005, la quale riporta le risposte formulate dall'autore – attualmente cardinale vescovo emerito di San Paolo del Brasile – alle domande poste dal traduttore. In tale prefazione l'A. ricorda i suoi maestri, ossia Pierre Courcelle, Jean Bayet, Henri Irenée Marrou, Ferdinand Cavallera, Bernhard Bischoff. Indirizzato allo studio della patrologia dalla "Nouvelle Théologie", proprio dai Padri imparò l'amore verso i poveri, dal momento che «non si spiega il presente senza il passato» (p. 6). Nell’Introduzione (pp. 9-11), scritta nel 1952, l'A. spiega come il suo lavoro consista nel tentativo di collocarsi «accanto a un grande scrittore cristiano della fine del IV secolo, di sorprenderne gli sforzi di riunire i materiali, comporre i suoi scritti, dare loro una forma, assicurare il loro successo e provvedere alla loro sopravvivenza» (p. 9); a tal fine la scelta ricade su Girolamo, essendo egli «uno degli autori più attenti ai dettagli relativi alla copia e all'edizione» (p. 10).

In cinque capitoli Arns passa in rassegna la tecnica del libro nel secolo IV, attingendo alle numerose informazioni offerte da san Girolamo nei suoi testi e riportando puntualmente nelle note i brani in lingua latina delle opere interessate. Nel capitolo primo, I materiali (pp. 15-41), si può cogliere la particolare attenzione di Girolamo verso la "materialità" della scrittura; infatti, secondo l'A. egli invita ad «esaminare integralmente i più piccoli pezzetti di carta del passato» (p. 19). Il Santo «entra nella storia nel momento stesso in cui si svolge la lotta decisiva fra il papiro e la pergamena» (p. 27) e così non meraviglia il fatto che egli dia innumerevoli informazioni al riguardo. Nel capitolo secondo, La Redazione (pp. 43-92), ampio spazio è dedicato alla dettatura, a proposito della quale l'A. scrive che «il verbo dictare conserva il significato di dettare, quando le circostanze non obbligano a ricorrere ad altra interpretazione» (p. 60). Grande importanza viene attribuita anche al mestiere del copista svolto in molti monasteri in quanto ha contribuito a ridare dignità ad un lavoro giudicato umile e servile. Va, tuttavia, sottolineato come, per impedire cambiamenti arbitrari si rendesse necessario il lavoro di correzione prima di giungere all'esemplare definitivo. La fase successiva, ossia L'Edizione (pp. 93-150), viene analizzata nel terzo capitolo; a proposito di ciò Girolamo offre materiale molto interessante poiché egli, in modo retorico, chiede a chi scrive ma non pubblica «se le idee sono giuste, perché non renderle apertamente pubbliche? Se sono false, perché metterle per iscritto e affidarle agli amici?» (p. 94). Vengono passati in rassegna i diversi tipi di scritti, ossia l'epistola, il libro, il volumen, evidenziando il passaggio dal rotolo al codex, quest’ultimo preferito, in particolar modo, dagli autori cristiani. Importante è anche La diffusione, studiata nel capitolo quarto (pp. 151-201), della quale Girolamo riconosce come l'autore stesso sia il primo responsabile, in quanto essa viene facilitata da amici ricchi e di prestigio, quali furono, ad esempio, Paola e Eustocchio, Marcella, Pammacchio e il prete Domnione, devoti e fedeli a Girolamo. Questi ultimi divennero veri e propri centri di distribuzione delle sue opere. Spesso, affinché la diffusione fosse più rapida, si attribuiva l'opera, soprattutto se contenente affermazioni di sospetta ortodossia, a qualche personaggio di rilievo, come alcuni martiri o scrittori antichi di sicura dottrina; e così nacquero numerosi apocrifi. Altre volte le opere venivano pubblicate all'insaputa dell'autore, mentre un mezzo, in un certo qual senso pubblicitario, era la menzione delle opere future nella prefazione di uno scritto precedente o in una lettera. Assai significative per la diffusione erano le traduzioni, soprattutto dal greco al latino, le quali costituivano un vera e propria forma di "traghettamento" culturale. Tuttavia, non sempre le diverse opere venivano trascritte nella loro integralità; infatti, come sottolinea l'A., «capita agli uomini più famosi del IV e V secolo di citare una vastissima letteratura che non hanno mai letto né conosciuto in maniera diretta» (p. 189). Per questo «per conoscere qualcosa di più delle opere di dominio pubblico bisogna abituarsi a prestare attenzione al minimo dettaglio» (p. 192); così, ad esempio, grazie alla volontà degli scrittori di mostrarsi eruditi, attraverso la citazione di innumerevoli opere, si veniva a conoscenza di scritti che altrimenti sarebbero rimasti ignoti. Ciò è determinato anche dalla premura dei cristiani colti di essere aggiornati, anche a costo di comprare libri con grandi sacrifici, oppure di farne alcune copie ad uso privato. In merito a ciò Girolamo scrive: «Se vi sono fratelli ai quali i nostri scritti non dispiacciono, date loro la copia... affinché la trascrivano» (p. 199). Nell'ultimo capitolo, Il Libro e gli Archivi (pp. 203-229), l’A. mostra come Girolamo, per verificare l'autenticità dei libri, proceda ad una vera e propria critica esterna ed interna, mediante un'analisi dello stile e degli argomenti contenuti in un determinato scritto, la ricerca di copie depositate in archivi, la menzione di nomi cristiani. Tuttavia, la preoccupazione principale del Santo è quella di preservare l'autenticità dei libri, più che di scoprirne eventuali contraffazioni. Così egli cerca di capire come si siano corrotti alcuni testi, soprattutto per quel che riguarda i nomi propri; ciò non toglie che Girolamo stesso sia stato un corruttore di testi, come nelle traduzioni d'Origene in cui sostiene il diritto/dovere del traduttore di rendere ortodossa una determinata traduzione, anche se l'opera continuerà a restare condannata. Egli sostiene che «la corruzione di un testo non dipende per nulla dalla sua età, ma dalle qualità di coloro che lo riproducono» (p. 217); chiarito ciò Girolamo fornisce alcuni principi per poter ricostruire un testo – ciò che in termini moderni viene definita un'edizione critica – fra i quali fondamentali sono la collazione di un gran numero di manoscritti ed il ricorso alle testimonianze esterne. Alcune corruzioni sono soltanto apparenti, mediante riscritture dello stesso testo fatte allo scopo di gettare un'ombra di dubbio sulla sua autenticità. Proprio per questo sono importanti gli archivi come quello in cui Girolamo conservava copia delle sue opere; spesso tali archivi sono forniti di cataloghi che non sempre corrispondono al contenuto reale, menzionando opere in realtà assenti.

A Conclusione (pp. 231-235) del suo lavoro Arns mette in evidenza come la sua preoccupazione sia stata «quella di un filologo e quella di uno storico messe insieme» (p. 231) e ciò ha permesso di mostrare nelle opere di Girolamo, «il ricchissimo insegnamento di un grande romano e la testimonianza sempre attuale di un cristiano convinto» (p. 235). La dettagliata Bibliografia (pp. 237-243) è indizio sicuro della scientificità del libro; naturalmente essa è ferma al 1953, anno di redazione del lavoro di Arns, pertanto sarebbe stato assai utile un aggiornamento che avrebbe certamente accresciuto il valore di questa traduzione italiana il cui valore e la cui efficacia sono messi in luce dalla presenza dell'accurato Indice alfabetico dei nomi e delle materie (pp. 245-250).

Paulo Evaristo Arns in questa opera ha fatto parlare le fonti, ossia le opere di Girolamo, riportate sempre con precisione in lingua originale latina nelle ricche note a piè di pagina; le segnalazioni bibliografiche di commento sono ridotte al minimo. Proprio a motivo di ciò, dopo oltre cinquanta anni dalla sua pubblicazione, questo studio non ha perso di freschezza; esso si presenta come una dimostrazione pratica dell'insostituibile studio scientifico delle fonti, a cominciare dalla critica testuale, esattamente come ha insegnato Girolamo nei suoi scritti.

Nel libro non è indicato quanto l'essere francescano influenzò Paulo Evaristo Arns nella scelta di tale tema, tuttavia il testo è in perfetta linea con il pensiero di frate Francesco d'Assisi che considerava preziosa la lettera per giungere, come ebbe a dire André Vauchez, ad un’osservanza spiritualmente letterale del Vangelo. Ciò può essere ricondotto a quanto Henri de Lubac sostiene nel suo libro, ormai divenuto un classico Histoire et esprit. L’intelligence de l’Écriture d’après Origène, un testo che, come un giorno segnalò Ignace de la Potterie, Hans Urs von Balthasar considerava espressione della grandezza del pensiero del gesuita francese, nell'unione indissolubile tra lettera e spirito.


prof. pietro messa

pubblicata in: Frate Francesco 72 (2006), pp. 245-248.

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