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FRANCESCO MORES, Alle origini dell’immagine di Francesco d’Assisi, Editrici Francescane [Fonti e ricerche, 18], Padova 2004, 420 p. + 7 tavv., € 30,00 - ISBN 88-8135-010-6.

L’immagine di Francesco d’Assisi a cui l’Autore dedica il suo studio è quella conservata presso lo Speco benedettino di Subiaco, dove, accanto alla figura del Santo, vi è la raffigurazione di Innocenzo III con un’epigrafe depicta e quella di Gregorio IX in atto di consacrare un altare. Fin dall’Introduzione (pp. 5-13) Mores riconosce il suo debito con Chiara Frugoni la quale, con il suo libro Francesco d’Assisi e l’invenzione delle stimmate, lo ha spinto a «tentare di comprendere i rapporti tra fonti iconografiche e fonti scritte» (p. 6). Il tutto è letto alla luce dell’«idolo delle origini», prospettiva storiografica che permea di sé tutto il volume di Francesco Mores.

Il lavoro si suddivide in tre parti, la prima delle quali, intitolata Di un presunto ritratto: oblii e riscoperte, si concentra sul rapporto di Jean Mabillon e Bernard de Montfaucon con la tradizione benedettina, in particolare sublacense, per mostrare come a partire da questi ultimi e dai loro scritti si sia cominciato a leggere l’immagine di san Francesco conservata a Subiaco come un “idolo delle origini”. Tale percorso si snoda per cinque capitoli. Il primo, «Haec non videtur tantae antiquitatis»: a partire da Jean Mabillon (pp. 21-40), mostra come durante il suo viaggio in Italia Mabillon tese a conoscere le città in un’ottica di erudizione che non venne mai sopraffatta dalla devozione, sebbene quest’ultima fosse stata la chiave di lettura per mezzo della quale conobbe Subiaco rispetto a Montecassino. Nei suoi scritti a proposito di Subiaco egli concentra la sua attenzione sulla cappella di san Gregorio in cui è raffigurato Gregorio IX con un’epigrafe dipinta. A questi vanno aggiunti i racconti del roveto di san Benedetto, divenuto un roseto per opera del Santo di Assisi, una visita di Gregorio IX allo Speco e l’immagine di Francesco presente nella medesima cappella.

Nel capitolo secondo, L’affresco di Subiaco: eruditi in viaggio (pp. 41-62), l’immagine di san Francesco viene analizzata dal punto di vista storico-artistico, a cominciare da Alphonse Dantier il quale sposta la propria attenzione sulle immagini e ritiene quella di san Francesco corrispondente alla vera realtà del Santo assisano, canonizzato da Gregorio IX, anch’egli raffigurato a Subiaco. Dantier spiega la duplice raffigurazione a motivo della effettiva presenza in quel luogo; molti, tra cui anche Luca Wadding, cercarono di motivare e narrare tale permanenza a Subiaco del Papa, ma, soprattutto, di san Francesco. Il capitolo terzo, Un libro illustrato di leggende poetiche, tranquille, innocenti (pp. 63-78), mostra come la data del presunto pellegrinaggio di san Francesco a Subiaco, ossia il 1223, portò a valutare quell’immagine come la primitiva dell’Assisiate, fatta direttamente ispirandosi all’originale. Nel capitolo quarto, Percorsi verso la ricerca storico-artistica (pp. 79-97), l’attenzione si concentra, ancora una volta, sulla duplice presenza di san Francesco e Gregorio IX riconducibile, secondo Jean-Baptiste Séroux d’Agincourt, al viaggio fatto a Subiaco dal Pontefice stesso assieme all’Assisiate nel 1217, ossia dopo il loro incontro di Firenze. È il ritratto di san Francesco a monopolizzare la scena ed a spiegare il resto, compresa la presenza del Pontefice. Il capitolo quinto, Le immagini di Francesco in Franz Kugler e Jacob Burckhardt (pp. 99-112), approfondisce l’ambito della ricerca artistica, individuando nell’immagine di san Francesco l’inizio di una nuova arte caratterizzata dalla crescente importanza della ritrattistica: l’immagine del Santo è ritenuta un ritratto realistico fatto tra la morte e la canonizzazione.

Nella parte seconda, Dall’iconografia all’iconologia: la riscoperta di un vecchio problema?, l’A. affronta il tema della nascita della questione dell’iconografia francescana, la quale, accostando la “questione sublacense” alla “questione francescana”, divenne un problema iconologico. Nel capitolo primo, Henry Thode, Aby Warburg e la nascita dell’arte italiana (pp. 117-143), Mores, collocando i diversi autori nel loro contesto, mostra come nell’attenzione prestata all’immagine di Subiaco vi sia, sostanzialmente, la ricerca, anche mediante un confronto con le fonti scritte, quale la Vita beati Francisci di Tommaso da Celano, del ritratto primitivo di san Francesco, frutto della venerazione e della memoria. Nei capitoli secondo, Come interrogare le immagini (pp. 145-151) e terzo, Per una definizione del problema: Chiara Frugoni e Erwin Panofsky (pp. 153-163), viene analizzato il rapporto tra bioagiografia, biografia e fonti iconografiche, soprattutto in riferimento alla formazione dell’idolo delle origini. Non mancano le perplessità in riferimento ad alcune affermazioni in merito di Chiara Frugoni, la cui intuizione di fare un’iconologia storica, secondo l’A., va verificato «non solo nei suoi risultati, ma anche nei suoi metodi» (p. 160). Proprio a questa analisi si dedica Mores nel capitolo quarto, «Dell’ugna un leone»: un metodo alla prova (pp. 163-174). Il capitolo quinto, Arsenio Frugoni e la “scuola” di Warburg (pp. 175-185), mostra come il rapporto tra testi e immagini sia ciò che caratterizza gli studi di colui che aprì la “questione sublacense”.

La parte terza, Frate Francesco a Subiaco: dall’immagine alla storia, prende spunto dal metodo di Arsenio Frugoni, definito da Manselli “metodo stratigrafico”, di coniugare testi e immagini.

Il capitolo primo, Tra Roma e Pisa: dal Medioevo cristiano a frate Francesco (pp. 199-223), ripercorre l’iter attraverso cui Arsenio Frugoni giunse a interessarsi del francescanesimo per il quale, presto, la “questione francescana” divenne la “questione sublacense”. Egli ha evidenziato come l’immagine di Francesco conservata a Subiaco vada inquadrata nel suo contesto, vale a dire quello delle immagini di devozione che hanno significato soltanto in riferimento ad altri testi.

Il capitolo secondo, Le fonti di una presunta visita a Subiaco: «elementi di fatto» (pp. 225-242), conduce alla domanda fondamentale, Tradizioni o ritratto? (pp. 243-266), che fa da sfondo all’intero lavoro. L’A. individua, a questo punto della sua riflessione, la chiave di comprensione dei dipinti di Subiaco non tanto nella figura di san Francesco, come sostenuto dalla maggioranza degli interpreti, ma in quella di Gregorio IX, al punto che l’immagine del primo va letta in funzione della raffigurazione del Pontefice, il quale, d’altro canto, quando la cappella fu dipinta non aveva ancora canonizzato l’Assisiate. Di conseguenza, la cappella sarebbe stata dipinta nel 1228. È chiaro, allora, come quella di Subiaco sia un’immagine memoriale in funzione celebrativa di Gregorio IX, ma quando era ancora cardinal Ugolino, ossia prima della sua elezione pontificia, il 17 marzo 1227. I capitoli successivi, Tra fonti e documenti: il limite biografico (pp. 267-282), Dal cardinal Ugolino a Gregorio IX: «convinzioni» (pp. 283-304), vagliano le fonti per trovare possibili motivi di quest’immagine celebrativa di Gregorio IX. Il capitolo sesto, Presenza di Lotario, memoria di Ugolino ed immagine di Francesco (pp. 305-341), mostra come all’origine del dipinto potrebbero esserci i rapporti tra il papato e i protomonasteri sublacensi, di cui fu esempio la visita compiuta da Innocenzo III nel 1202. In questo modo si comprenderebbe come «celebrando in effigie la figura del pontefice, la comunità [sublacense] celebrava nello stesso tempo se stessa e la propria tradizione» (p. 322). Se ciò spiega il motivo della raffigurazione di Innocenzo III, quella del cardinal Ugolino è riconducibile ad un abate che fece parte della sua familia, ma, soprattutto, alla presenza dello stesso con Innocenzo III nel 1202 presso le badie sublacensi. Nell’ultimo capitolo, Informavit informem beatum Franciscum (pp. 343-359), l’A. giunge alla conclusione che «il vero soggetto dell’epigrafe sia, diacronicamente, Ugolino cardinale del titolo di Sant’Eustachio/Ugolino cardinale di Ostia e Velletri/Papa Gregorio IX» (p. 346) e che «Francesco venne ritratto a Subiaco come tributo verso la figura del pontefice Gregorio IX», che informavit informem beatum Franciscum (p. 354). Contravvenendo a tutto ciò, la “questione sublacense” ebbe origine a causa dell’invenzione del soggetto frate Francesco in funzione del quale furono lette le immagini di Innocenzo III e Gregorio IX. Fondamentali a riguardo furono anche l’invenzione del ritratto del “vero” Francesco e l’invenzione delle stimmate, assenti nel dipinto, così come altri segni di santità. Da queste tre invenzioni nacque l’idea di un pellegrinaggio del Santo a Subiaco.

L’abbondante e dettagliata bibliografia (pp. 361-408) è espressione, non solo della profondità del lavoro svolto da Mores, ma anche, come l’A. stesso evidenzia, della necessità di approfondire alcuni passaggi e personaggi fondamentali come Gregorio IX, riguardo al quale mancano studi biografici aggiornati. Per questo motivo può far sorridere il fatto che, in un volume di oltre 400 pagine dedicato all’immagine di Subiaco, compaia l’espressione «piccola “questione sublacense”» (p. 143). Mores realizza una vera e propria lettura stratigrafica della “Subiaco francescana”, analizzando il sedimentarsi di diversi livelli lungo i secoli. Nel far ciò egli struttura il volume in maniera assai complessa ed articolata, suddividendolo in parti che sono delle vere e proprie pagine di storiografia francescana (come le pp. 246-247 dedicate a Giulia Barone) e non solo. Il rischio diventa, allora, quello di perdere di vista l’argomento principale del lavoro, tra le numerose sfaccettature che la riflessione viene ad assumere. Va, tuttavia, riconosciuto come la sapiente concatenazione tra i vari capitoli è tale da rendere il lavoro unitario ed efficace.


prof. pietro messa

pubblicata in: Frate Francesco 71 (2005), pp. 605-609.

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