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MARIA TERESA DOLSO, La Chronica XXIV Generalium: il difficile percorso dell’unità nella storia francescana, prefazione di Antonio Rigon, Centro Studi Antoniani [Centro Studi Antoniani, 40], Padova 2003, 424 p., € 36,00 - ISBN 88-85155-61-8.

Fin dalla Prefazione (pp. 5-8) Antonio Rigon evidenzia che, contrariamente a quanto appare a prima vista, l’autore della Chronica XXIV Generalium non è semplicemente un compilatore, ma anche un redattore vero e proprio che elabora, discute e manipola le fonti per mostrare la grandezza e la positività della storia minoritica; inoltre egli mostra che se nel Duecento, a cominciare dagli anni Trenta a Parigi, c’è una “francescanizzazione” di sant’Antonio “di Padova”, ora nella Chronica è san Francesco ad assumere connotati antoniani.

Nell’ampia Introduzione (pp. 15-48) Maria Teresa Dolso tenta una lettura e definizione dell’opera che si connota come genere letterario tra la cronaca e la compilazione. L’importanza dello studio è evidenziata anche dal un vero e proprio vuoto storiografico causato dalla valutazione di quest’opera come una semplice raccolta di fonti.

Fin dall’inizio l’A. evidenzia la funzione “consolatoria” che il cronista attribuisce all’elemento santoriale, soprattutto martiriale: «Sono i tanti frati santi e martiri a dissolvere i dubbi sorti sull’Ordine, a testimoniare la benevolenza divina e umana di cui esso gode, ad attestarne la provvidenzialità, a confermarne l’altitudo» (pp. 27; 113-137. 206. 221. 364-366). Inoltre l’A. riafferma in continuazione che nella Chronica preminente è «il tentativo di “riassorbimento” degli elementi “radicali” alla ricerca di una difficile e, di fatto, sempre più lontana, concordia interna» mediante una “via media” (pp. 32. 233-255. 352) rappresentata in modo emblematico dal beato Egidio; proprio questa caratteristica rese la suddetta opera un punto di riferimento per gli Osservanti.

Nel capitolo primo, Dal passato al presente: una storia tutta “in positivo” , l’A. mostra come nella Chronica, nonostante la volontà di presentare in modo irenico la vicenda minoritica si intravvedono i contrasti e le difficoltà presenti nella storia dei Minori. Le profezie riportate, come anche il potere dei Minori di intermediazione con il mondo ultraterreno, sono esse stesse finalizzate a prospettare la salvezza dell’Ordine e la sua funzione provvidenziale non solo per la Chiesa, ma per la storia in generale. Proprio mediante un’analisi attenta del racconto e della dislocazione di ogni fatto narrato si coglie come, a dispetto anche del significato che un determinato brano aveva nella sua fonte originaria, il cronista presenta la storia minoritica in positivo (così le profezie che nei testi degli Spirituali evidenziavano l’ineluttabile decadenza dell’Ordine con le conseguenti tribolazioni, per la Chronica sono annunci del ruolo salvifico della storia minoritica).

L’A. mostra che il cronista, fin nello sviluppo dell’opera, si mostra attento all’aspetto istituzionale precisando sempre le competenze gerarchiche e di governo e in ciò è una felice coincidenza che in contemporanea al volume di Maria Teresa Dolso sia apparso uno studio di Francesca Joyce Mapelli inerente il personale di governo e le strutture dell’amministrazione dell’Ordine (L’amministrazione francescana di Inghilterra e Francia. Personale di governo e strutture dell’Ordine fino al Concilio di Vienne (1311), Edizioni Antonianum [“Medioevo”, 7], Roma 2003). Ma anche nella narrazione della storia istituzionale il passato è pensato e ripresentato in funzione di un presente da rassicurare e celebrare (cf. p. 110); così, ad esempio, frate Elia «diviene lo strumento più efficace per rappresentare il male e la corruzione, per delimitare e circoscrivere responsabilità e tralignamenti, “salvando” il resto dei frati, nella certezza di attaccare una figura contro la quale si era coalizzato tutto l’Ordine, contro la quale si trovavano d’accordo tutti i frati, indipendentemente dalle loro convinzioni e dalle loro divisioni» (pp. 90-91).

Nel capitolo secondo, L’Ordine tra unità e rottura (pp. 139-188) l’A. mostra che secondo la Chronica, l’obbedienza, contrapponendosi alla “singolarità”, è la condizione per salvaguardare l’unità dell’Ordine e in ciò paradigmatica è la narrazione della vicenda dei martiri dell’Armenia. All’opposto ci sono gli Spirituali, causa di schisma et scandala; tuttavia Pietro di Giovanni Olivi viene recuperato evidenziandone il personale e istantaneo riconoscimento dei propri errori e la pronta sottomissione all’obbedienza. In questo modo, mediante una diversa ricostruzione della sua memoria, non solo viene tolto un aggancio ideale agli Spirituali che avevano fatto del frate provenzale il loro portabandiera, ma si presenta un personaggio che può creare “consenso” favorendo «la formazione di ampi schieramenti in cui le divisioni tradizionali fossero superate» (p. 174). Anche le vicende più dolorose, come quella inerente il rogo di Marsiglia dove morirono alcuni frati assertori della povertà di Cristo e degli apostoli, sono narrate in modo tale da mostrare che «nello smarrimento, nell’inquietudine, nel disorientamento dei frati, nonostante le turbationes, le tribulationes, gli scandala, la religio si sarebbe conservata “in sua rectitudine et altitudine”» (p. 188).

Il capitolo terzo tratta de La crisi minoritica del Trecento nel racconto della Chronica XXIV Generalium (pp. 189-255) che ebbe con la flamam tribulationis inerente la disputa sulla povertà ai tempi di Giovanni XXII. Anche in questo caso l’importante è mostrare in positivo la storia dei Minori, e così, in merito alle vicende connesse con il generale Michele da Cesena, «anche nel momento in cui la responsabilità ricade sul ministro generale, si tratta pur sempre dell’individuazione di un colpevole preciso che “salva” dal giudizio e dalla condanna il resto dell’istituzione, si tratta di circoscrivere quella colpa, di limitarla, quasi di “ridurla”, operazione che consente di salvaguardare la fedeltà della maggioranza dei frati e la rettitudine del loro agire. Eliminata, per così dire, l’appendice pericolosa, l’Ordine si salva» (p. 199). Certamente la presentazione in positivo dell’operato del generale Geraldo Oddone è stata un’operazione molto difficile e non a caso il cronista pone di seguito sia la vicenda dei frati martiri in Armenia che le lettere della regina Sancia con funzione “compensatoria”. L’A. fa notare che il cronista nella ricerca di una “via media” caratterizzata dal connubio povertà-unità, tace del tutto una figura troppo ingombrante e estremista come quella di Filippo di Maiorca.

Realmente importante per comprendere il reale valore della Chronica XXIV Generalium è il capitolo quarto in cui l’A. presenta Il nodo delle fonti: tra ripresa e riscrittura (pp. 257-382), cercando di «penetrare i criteri che presiedono alla selezione delle fonti, i margini di intervento/modificazione dei testi, la scelta di una differente disposizione dei racconti» (p. 283). L’A. evidenzia che la Chronica non è una semplice compilazione essendo il materiale raccolto elaborato con finalità precise; tra le fonti da cui il cronista attinge si evidenziano le compilazioni che hanno offerto alla nostra opera episodi “inediti”. Sempre riguardo alle fonti si deve constatare che normalmente negli studi francescani si pone attenzione a compilazioni, cronache e fonti agiografiche, mentre per nulla scontato è lo studio che l’A. fa delle fonti documentarie, ovvero di quella serie di documenti come bolle papali, litterae episcopali, decisioni capitolari conservate nei costituendi archivi conventuali. La stessa Dolso mostra «la consultazione e l’utilizzo, da parte dell’autore, di un archivio nel quale era stata raccolta tale documentazione inerente sia agli esordi dell’Ordine sia a tempi più recenti» (p. 307). Ciò conferma quanto nella ricerca delle fonti di un’opera, nel nostro caso la Chronica, sai importante la ricerca archivistica, con la previa sistemazione degli stessi (nota). Riguardo alle Vite di Francesco utilizzate l’A. fa notare che la figura del Santo di Assisi è ridimensionata in modo da aggirare il “mito” delle origini che metteva in discussione l’evoluzione dell’istituzione minoritica.

La ricca Bibliografia (pp. 383-400) mostra la meticolosità dello studio offerto da Maria Teresa Dolso; riguardo alla missione dei frati in Marocco (p. 118, nota 187) è sfuggito il recente e documentato studio di Anna Ajello (La Croce e la Spada. I Francescani e l’Islam nel Duecento).

Scorrendo l’Indice dei nomi (pp. 401-412) se più comprensibile è l’assenza di Giovanni da Montecorvino e Andrea da Perugia, vescovi in Estremo oriente, desta meraviglia la mancata menzione di Giovanni da Pian del Carpine autore della Historia Mongalorum, del quale parla non solo Giordano da Giano, ma soprattutto Salimbene de Adam per il quale è una delle glorie dell’Ordine.

Al termine del volume di Maria Teresa Dolso credo che sarebbe stata significativa una conclusione in cui ricapitolare i risultati raggiunti e indicare le questioni aperte e bisognose di un’ulteriore ricerca. Così molto importante, e da approfondire, la constatazione dell’A. per cui «nelle Vite dei compagni non è presente alcun riferimento alla carnis maceratio, non vi è alcuna esaltazione della penitenza intesa, secondo un collaudato canone monastico, come mortificazione che può raggiungere la più notevole asprezza [...]. Viceversa nelle Vite successive a quelle dei compagni scompare quasi del tutto il modello evangelico [...]. Lo stacco è netto: la santità minoritica acquista differenti valenze e tipologie» (p. 134). Infatti, come mostrai in un mio studio, la stessa esperienza cristiana di Francesco d’Assisi con il passare del tempo viene sempre più letta all’interno di una prospettiva del “contemptus mundi” e del “contemnere seipsum” piuttosto che in chiave evangelica (P. Messa, Le fonti patristiche negli scritti di Francesco di Assisi, prefazione di G. Miccoli, Assisi 1999, pp. 254-263).

L’augurio è che lo studio di Maria Teresa Dolso sia di incentivo ad altre ricerche simili che indaghino un’opera a partire dalla prospettiva dell’autore; importante, ad esempio, sarebbe uno studio secondo questo approccio sia del De conformitate di Bartolomeo da Pisa come anche de La franceschina di Giacomo Oddi.


prof. pietro messa

pubblicata in: Frate Francesco 70 (2004), pp. 242-246.

 

 

(nota)

Mi piace qui ricordare e segnalare che l’Istituto Teologico di Assisi ha dato inizio alla collana Archiva finalizzata alla pubblicazione della descrizione di archivi ecclesiastici. La collana, coordinata dal professor Andrea Maiarelli, è iniziata con la pubblicazione dell’archivio del Convento di San Francesco del Monte - Monteripido in Perugia, mentre è gia prevista la prossima pubblicazione dell’archivio della Provincia Serafica di san Francesco in Assisi con sede a Santa Maria degli Angeli, l’archivio della parrocchia di Castiglion del Lago (Perugia). Nella stessa linea di ricerca si sono posti alcuni monasteri di clarisse, come quello di Sant’Agnese in Perugia.

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