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ANNA AJELLO, La Croce e la Spada. I Francescani e l’Islam nel Duecento, Edizioni Istituto per l’Oriente «C.A. Nallino» («Mediterranea», 1), Roma 1999, 199 p., euro 18,50.

Nato come tesi, il testo è suddiviso in tre capitoli, con una introduzione e conclusione a cui fa seguito un’ampia e articolata bibliografia. Un indice delle abbreviazioni, dei nomi, delle cose notevoli e dei luoghi rende il volume facilmente consultabile.

Nel primo capitolo, nel quale si affrontano Aspetti e significati della missione francescana tra i Saraceni (1220-1254) (pp. 5-49), è presentato il sogno di Innocenzo III di un grande progetto di unificazione e consolidamento della Christianitas e rimasto incompiuto a causa della sua morte prematura. Tale progetto, comprendente anche la crociata e il tentativo di ricostruzione della chiesa d’Africa, fu continuato da Onorio III, il quale coinvolse principalmente i frati mendicanti. Successivamente Gregorio IX sperava in una conversione degli infedeli e per questo raccomandò loro di rivolgersi ai Frati Minori; mentre Innocenzo IV indisse a tal proposito il Concilio di Lione e affermò che il Papa, in quanto vicario di Cristo, era responsabile anche delle anime degli infedeli; a motivo di ciò gli era legittimo inviare predicatori in partibus infidelium e ricorrere alla guerra onde aprire le vie della predicazione in terre ostili. Fu soprattutto in Marocco che si concentrarono gli sforzi di predicazione dei francescani, usando la penisola iberica come una testa di ponte. Accanto a queste iniziative che potremmo definire pragmatiche veniva svolta anche un’opera di riflessione come quella di Adam Marsh il quale «disegnava il profilo di una Chiesa militante che avrebbe dovuto far uso direttamente del gladius spiritualis, e solo indirettamente del gladius materialis» (p. 48).

Il capitolo secondo chiarisce gli Ulteriori sviluppi (1254-1291) ovvero la condizione della Cristianità «minacciata» in cerca di soluzioni. Una risposta importante furono gli scritti Opus Maius e Epistola a Clemente IV di Ruggero Bacone e l’opera di Gregorio X in occasione del secondo Concilio di Lione del 1274. Questo Concilio si propose tre temi principali, ovvero «la ricomposizione dello scisma con l’Oriente, la crociata e soprattutto la riforma della Chiesa» (p. 80).

In riferimento alla crociata, Gregorio X, chiese a Fidenzio da Padova di stendere un piano di riconquista della Terra santa, cosa che quest’ultimo fece scrivendo il trattato De recuperatione Terrae Sanctae in cui evidenziò anche le gravi colpe dei cristiani, ovvero i loro peccati e la mancanza di unità, sia tra i cristiani, che tra i regni, e, perfino, tra gli Ordini militari. Fidenzio narrò anche del martirio di alcuni frati per opera dei Saraceni; ma, come evidenzia l’autrice, «terminava però con una triste variante, l’effusio sanguinis martyrum non era più semen christianorum» (p. 95). Fu Nicolò IV a vivere la tormentata fine del secolo XIII quando, il 28 maggio 1291, vide la caduta di Acri, ultima roccaforte cristiana, in mano del Sultano. Da allora nessuna crociata solcò il litorale siro-palestinese. Il 4 aprile del 1292 Nicolò IV morì e, secondo, l’autrice «tramontava con lui il sogno di Innocenzo III anche su quell’angolo del mondo che era stata la terra dei Saraceni. Ignota mano, all’altro angolo del mondo, rivisitando il pontificato di Nicolò e quella tormentata e tumultuosa fine del secolo, quasi a dire della fine di un’epoca annotava: Sol cognovit occasum suum» (p. 102).

Nel capitolo terzo l’autrice affronta Il volto dell’Islam (pp. 103-157) prima di tutto evidenziando quelle che sono definite «Crociate di carta», cioè gli studi del Duecento riguardanti l’Islam nei quali prevalse «la necessità di trovare argomenti per la controversia e per la confutazione [...] sulla ricerca di una conoscenza più profonda e di una comprensione obiettiva della fede mussulmana» (p. 103). L’autrice analizza i temi e i contenuti sia della tradizione bizantina che di quella iberica. Di quest’ultima la narrazione della passione dei martiri di Cordova fatta da Alvaro e Eulogio, secondo l’autrice «ebbe probabilmente una qualche influenza sui francescani che per primi si dedicarono alla missione tra i Saraceni nella penisola iberica, proprio perché individuava nel martirio un modello per il cristiano nel mondo islamico [...]. Tale modello ben si attagliava alla «franchezza» eroica della prima generazione francescana» (p. 111).

Un’importanza particolare ebbe Pietro il Venerabile che fu il primo in Occidente a occuparsi della conoscenza e della valutazione teologica dell’Islam, tanto da doversene giustificare davanti ai propri contemporanei. Secondo lui la via da intraprendere era quella di proporsi ai Saraceni come interlocutori e compagni nella ricerca della verità, mossi dalla carità e non dall’ostilità. Tutto ciò però non impediva al noto abate cluniacense di riaffermare la comune convinzione di un legame profondo tra Maometto e il demonio, volto a demolire la Cristianità.

Successivamente l’autrice affronta il tema di come è stato recepito il «volto» dell’Islam nella «polemistica» francescana, ovvero i temi e i contenuti di tali scritti. Il primo aspetto trattato è la definizione della natura teologica dell’Islam, cioè la sua valutazione come un errore o un’eresia. Successivamente è presa in considerazione la persona stessa di Maometto, definito come idolatra, orfano e illetterato, conquistatore. Scontata è la definizione del Corano come lex falsa, carnalis e diabolica, che comunica una visione depravata dell’Aldilà, del culto e della Ğihād. Tutte queste descrizioni mostrano chiaramente che tali conoscenze sono di tipo letterario e soltanto occasionalmente sono presenti dati esperienziali derivanti da una conoscenza diretta.

Interessante l’ultimo paragrafo in cui si confrontano tali affermazioni della polemistica anti-islamica con quanto dell’Islam è stato visto da vicino. Alcuni, come Guglielmo di Rubruk, si accorsero della «prossimità» tra Islam e Cristianesimo tanto che ipotizzarono di fare «colloqui» che portassero i mussulmani ad allearsi intellettualmente con i cristiani. Da questa proposta nacque l’idea di Bacone e di Raimondo Lullo di fare un grande colloquio teologico e filosofico tra le diverse religioni. Spesso la vicinanza con i mussulmani non solo smentiva quelle immagini di immoralità, soprattutto sessuale, che venivano descritte negli scritti polemici, ma incuteva anche un certo senso di ammirazione per la loro osservanza e tolleranza. Gradualmente si apprese anche che l’Islam non era un complesso monolitico, ma aveva molte sfaccettature. Nonostante tutto ciò secondo l’autrice «il volto dell’Islam, visto da vicino, poteva forse cambiare espressione ma le sue intenzioni, si credeva, rimanevano le stesse» (p. 157).

Nelle conclusioni l’autrice sottolinea che la missione francescana tra i Saraceni e il percorso intellettuale di Bacone sono testimonianza dell’esigenza duecentesca di trovare «un piano comune su cui ricomporre l’unità dell’umanità e ristabilire la possibilità di comunicazione fra gli uomini» in un mondo diviso in cui è in crisi l’unità politica e religiosa (p. 161). Proprio questa esigenza è a fondamento di un secolo di contatti, incontri e scontri che portarono a legittimare la presenza francescana nelle terre dell’Islam. Presenza che all’inizio del secolo XIV è solo di custodia delle comunità cristiane, ma che con Raimondo Lullo tornerà ad essere speranza di trasformare, mediante il dialogo, i nemici in amici.

La ricca bibliografia posta al termine è divisa in capitoli e paragrafi e all’interno di ciascuno di essi sono distinte le fonti, le raccolte di fonti e i saggi (pp. 162-186). Particolarmente interessante, all’interno di quella inerente alle questioni storiografiche, la bibliografia proposta riguardo all’incontro di Francesco con il Sultano a Damietta, inquadrata dentro l’ottica del rapporto tra crociata e missione. La lunga nota storiografica in merito evidenzia il centro della questione, cioè se il gesto di Francesco vada interpretato come un rifiuto della crociata, oppure come un’adesione alle indicazioni del Concilio lateranense IV (pp. 173-174).

Quello di Anna Ajello è uno studio che si distingue per ricchezza di documentazione, capacità di sintesi ed è di stimolo ad ulteriori approfondimenti. La sintesi permette di cogliere, ad esempio, che le diverse narrazioni dell’incontro di Francesco d’Assisi con il Sultano a Damietta sono esse stesse espressioni della sensibilità di un determinato autore riguardo ad alcuni temi riguardanti il confronto con l’Islam. Più precisamente si vedano la questione della crociata, dell’immoralità dei cristiani, causa della sconfitta, della più o meno disponibilità del Sultano alla conversione. Soltanto considerando questi racconti all’interno del contesto in cui furono scritti, si può tentare di comprendere il gesto dell’Assisiate per se stesso e nella sua valenza simbolica; per colui che l’ha compiuto e per coloro che lo hanno narrato.

Al termine della lettura del testo, inoltre, nasce realmente il desiderio di conoscere l’evoluzione avvenuta nel secolo successivo riguardo ai rapporti tra Francescani e Islam per comprendere in modo particolare il nesso tra fine delle crociate e inizio delle missioni, soprattutto verso il Nuovo Mondo.


prof. pietro messa

pubblicata in: Frate Francesco 69 (2003), pp. 605-609.

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