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MARIO TORCIVIA, Il segno di Bose. Con un’intervista a Enzo Bianchi, pref. di André Louf, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 2003, 134 p., euro 9,50 - ISBN 88-384-6569-X

Ad esclusione degli autoctoni, con ogni probabilità prima del 1965 ben pochi in Italia conoscevano una località chiamata Bose. Nel biellese «bose» significa «buche» e indica una località tra Magnano e Cerrione. Dopo quarant’anni è difficile trovare una persona nel mondo religioso italiano che non abbia sentito parlare di Bose e di una delle sue più significative presenze: la comunità monastica fondata da Enzo Bianchi. Alla stesura del libro che presentiamo, Bose è una realtà che conta 42 monaci di professione perpetua, 16 accolti liturgicamente (cf. più avanti il senso), 15 novizi e 3 postulanti. L’età media di questi 45 fratelli e 31 sorelle è di poco inferiore ai quarant’anni. Se i numeri vogliono dire qualcosa, certamente questi sono eloquenti per descrivere la fortuna di Bose e fanno nascere la legittima curiosità di conoscere più a fondo questa realtà.

Il libro di Mario Torcivia ci conduce per mano all’incontro di questa comunità, una delle più importanti sorte in Italia nel periodo postconciliare. La scansione con cui l’autore ci permette di conoscerla è semplice, ma non per questo banale: storia di fr. Enzo Bianchi e della comunità monastica di Bose, tratti costitutivi della comunità, intervista al fondatore. Il tutto incastonato tra una pregevole prefazione di dom André Louf, già abate di Mont-des-Cats (Belgio), e una serie di appendici di natura pratica (orari, recapiti, come raggiungere la comunità, ecc.) sulla vita quotidiana di Bose.

Partendo dall’infanzia e successiva adolescenza, il primo capitolo (pp. 17-47) narra la storia di Enzo Bianchi, che a un certo punto diventa storia della comunità monastica. Benché sia sempre difficile ripercorrere le vicende esistenziali di una persona, l’autore cerca di evidenziare con sapiente sintesi figure e momenti che hanno segnato la maturità umana e religiosa di Enzo: i genitori, le signore Norma ed Elvira, l’esperienza fallimentare del seminario di Acqui Terme (durerà solo dieci giorni!), l’impegno nell’Azione Cattolica prima, poi in età matura la militanza nella politica, fino alla partecipazione alla Fraternità che si riuniva presso i locali del vecchio Seminario di Torino. Dopo l’esperienza a Rouen presso la comunità dell’Abbé Pierre, quantunque fosse orientato al matrimonio (p. 24), a ventidue anni circa prende forma l’anelito di vivere una vita monastica. Enzo troverà nella località di Bose il luogo ideale: poche cascine, per lo più abbandonate, con annessa una Chiesa romanica. Siamo nel 1965. Quella di Enzo si rivelerà una scelta per nulla facile e scontata: passerà due anni in perfetta solitudine (nel frattempo il gruppo degli amici di Torino si è sciolto). Due anni non vuoti, anzi colmi di incontri con la Scrittura, di confronti con persone significative (giusto per citarne alcune, il card. M. Pellegrino, Athenagoras I, p. Maurice Villain, dom François-de-Salle dell’abbazia trappista di Tamié e fr. Roger Schutz di Taizé, nonché Dossetti e Umberto Neri), che arricchiscono la sua vita spirituale e lo aiuteranno a concretizzarne l’anelito: creare una nuova comunità monastica ecumenica e mista. A metà del 1968 iniziano a giungere le prime persone che chiedono di condividere la vita di Enzo. Da qui in poi è tutto un crescendo, di attestazioni, di adesioni, di progetti (alcuni tuttora in vita, altri sospesi): nuove comunità (Gerusalemme, Assisi e Ostuni), casa editrice Qiqajon, avvio di convegni e di incontri internazionali a respiro ecumenico.

Il secondo capitolo (pp. 49-96) è certamente il più interessante. In circa cinquanta pagine vengono presentati i tratti principali della realtà Bose. Un compito non facile, che però l’autore riesce a svolgere con abilità. Il primo elemento presentato è la forma monastica, ossia come si intende vivere la sequela radicale del Vangelo di Cristo, fine della scelta di far parte della comunità di Bose. Tra le righe traspare una chiara ed evidente coscienza di quanto ogni membro della comunità sia una pietra viva della stessa comunità e della sua esistenza: «Fratello, sorella, tu hai costruito e costruisci ogni giorno la comunità» (Regola di Bose 48). Attorno alla dimensione comunitaria della quotidianità sono vissuti e interpretati alcuni fondamenti: il celibato, la stabilitas (non solo loci, ma soprattutto cordis), ecc. Altre note peculiari sono la presenza mista, ossia la presenza nella stessa comunità di uomini e donne, e la laicità, nel senso che non tutti i membri maschi sono presbiteri od orientati al ministero sacerdotale. Anzi, mutuando la celebre definizione del monachesimo pacomiano, Bose ama definirsi una comunità di «laici senza importanza». Vita comune significa anche darsi degli strumenti, indicare dei ruoli di governo che permettano il raggiungimento del fine ultimo (vita comunitaria vissuta secondo il Vangelo): alle pp. 59-63 vengono dunque illustrate la «regola di vita», i ruoli e gli organi di governo all’interno della vita comunitaria. Molto interessanti sono le pagine seguenti (63-65), dove sono illustrate le fonti cui direttamente si ispira Bose. L’autore ne individua tre, tutte di matrice monastica: Basilio di Cesarea (unica regola è il santo Vangelo), la regola di Benedetto (la vita comune come luogo di santità), la primitiva tradizione dei cistercensi del XII-XIII secolo (radicalità per Dio). Indicando queste tre fonti, l’autore vuole esprimere a nostro parere un concetto di fondo, così riassumibile: le forme di vita comune possono essere adattate secondo i tempi e le necessità ecclesiali, ma i contenuti non si possono creare ex novo. Chi sceglie la vita monastica entra nel solco di una tradizione e diventa lui stesso (o lei stessa) segno del tradere. Chiude questo primo punto la presentazione dell’iter vocazionale, che per la comunità di Bose si articola in quattro momenti: postulandato, noviziato, accoglienza liturgica, professione definitiva e perpetua. Come si può notare, la terminologia è abbastanza comune agli altri ambienti religiosi. Tuttavia, il quadro di riferimento è più specifico; merita in particolare qualche parola in più la tappa dell’accoglienza liturgica. Assomiglia alla professione temporanea, ma la comprensione che ne dà la comunità di Bose è differente: appartenere a una comunità non significa necessariamente essere riconosciuti immediate dalla Chiesa. «Riveste un carattere di definitività, ma non è ancora la professione di fronte alla Chiesa; la comunità non presenta ancora un fratello alla Chiesa perché possa contare sul suo ministero monastico: la Chiesa aspetta ancora prima di accogliere a sua volta questa risposta definitiva…». È il momento in cui la persona si impegna «a vivere stabilmente nella comunità la vocazione ricevuta, accolta e poi scelta. Da allora i suoi atti e i suoi atteggiamenti prendono una visibilità comunitaria» (cf. Regola di Bose 10, corsivo nostro).

Il secondo elemento rintracciato dall’autore è quello della preghiera. Una preghiera che si qualifica fin da subito come centrata sulla Parola di Dio, esaltandone il primato nella vita quotidiana. Eucaristia, lectio divina, preghiera comune, preghiera personale, veglie e tutti gli altri momenti di preghiera tendono alla riscoperta di una relazionalità ben precisa con Dio, caratterizzata dal «pregare la Parola», non quindi dal semplice pregare con la Parola. La Scrittura non è più per Bose il supporto o il pretesto per il proprio incontro personale con Dio, ma diventa la modalità «principe» di incontro. Pur non ottemperando ai classici canoni dell’opus Dei, Bose articola la preghiera giornaliera e settimanale in modo tale da perseguire ugualmente l’opus Dei, il paziente «lavoro di Dio» nel cuore di chi lo prega.

Terzo elemento specifico nella natura di Bose è il servizio alle chiese, ossia la dimensione ecumenica con le altre confessioni cristiane. È un impegno questo che ha marcato la nascita di Bose (fr. Daniel Attinger, pastore della Chiesa riformata svizzera, è stato uno dei primissimi compagni di Enzo) e che continua nell’operato di ogni membro. Tutta la comunità è chiamata a partecipare attivamente a questo servizio («L’ecumenismo sarà per te l’opera di ogni giorno…», Regola di Bose 43): non vi sono deleghe o commissioni preposte a questo impegno. Ognuno è coinvolto nel lavoro e nella fatica di ricercare la comunione nell’oikoumene. Quale indice di impegno concreto in tale direzione, dal 1993 la comunità organizza colloqui e convegni internazionali, che vedono la partecipazione di pastori, di studiosi, di teologi dell’intera cristianità, i quali mettono in comune i propri progetti e risultati, in una cornice di incontro, di scambio, di preghiera comune.

Il quarto elemento è il rapporto con la Chiesa locale e la presenza di questa comunità nella vita diocesana. Benché la comunità sia di orientamento monastico, non vi è una ricerca della fuga mundi. Anzi, l’obiettivo di Bose è quello di vivere una vita monastica «nella compagnia degli uomini», ossia in vicinanza con gli uomini del nostro tempo, pur abitando in un luogo lontano dalla mondanità, che spesso è origine di distorsione del messaggio evangelico. Questa vicinanza con l’uomo contemporaneo per Bose assume diverse espressioni: incontro con gli uomini di cultura (Guido Ceronetti, Erri De Luca, Roberto Mancini, Salvatore Natoli per indicarne alcuni), giornate di studio su alcune figure importanti del nostro secolo, attenzione per le varie forme artistiche (musica, pittura, ecc.) e, non ultimo, il lavoro fisico quotidiano (sono previste sette ore giornaliere di lavoro). Ma la realtà di Bose non è considerabile nemmeno come una sorta di fuga ecclesiae: fin dagli inizi la comunità ha dimostrato attenzione e disponibilità alla vita pastorale della diocesi.

Ultimo elemento dell’analisi di Torcivia è la scansione di una giornata monastica a Bose e la descrizione del luogo. Spazio e tempo sono orientati al quaerere Deum, all’armonia di un incontro con Dio.

Nel terzo e ultimo capitolo del libro (pp. 97-115) viene riportata un’intervista dell’autore a Enzo Bianchi. Si intercalano domande e risposte ad ampio raggio, che cercano di cogliere il valore di Bose nella Chiesa, nella contemporaneità, nella tradizione monastica. Tra tutte, vogliamo qui recuperare almeno una risposta disarmante e insieme profondamente assennata di Bianchi. Alla domanda dell’autore su che cosa può dire o donare Bose alla Chiesa, il fondatore della comunità così si esprime: «Mah, io credo ben poco. Speriamo di essere fedeli alla nostra vocazione e poi sarà Lui, il Signore, che sarà giudice di quello che veramente abbiamo dato alla Chiesa, agli uomini. Su questo io ho sempre raccomandato di non preoccuparci, di non misurare, di non fare inventari e, oserei dire, neppure esami di coscienza. L’esame di coscienza si fa di fronte al Vangelo: come abbiamo vissuto il Vangelo, come lo viviamo. Tutto il resto non dipende neanche da un programma, da un progetto ma, semplicemente, se davvero la nostra vita è evangelica daremo qualcosa alla Chiesa. Se la nostra vita non è fedele al Vangelo saremo addirittura un inciampo per la vita della Chiesa, per la vita dei cristiani» (p. 103).

Dopo aver ripercorso in modo esteso la struttura del libro (almeno nei suoi punti più interessanti e fondamentali), possiamo ora formularne un giudizio, che – diciamo subito – è essenzialmente positivo. Diversi elementi sostengono questo giudizio: scioltezza nella scrittura (il che significa linguaggio chiaro, sintassi lineare), scelta ragionata e appropriata dei temi. Sono solo i due primi pregi di questo testo, che si potrebbe definire qualità di stile. Ma vi sono anche qualità di metodo che ci spingono a suggerire la lettura del libro. La preferenza alla narrazione delle vicende e della storia vocazionale di Bianchi si rivela quanto mai indovinata. L’esperienza della lettura agiografica ci ha sempre più indotti verso una semplice convinzione: se si vuol afferrare qualcosa del carisma di un fondatore, è indispensabile ripercorrere le tappe della sua scelta per Dio. Così, per capire il carisma di Bose e la spiritualità che promana da quel luogo, è necessario capire attraverso quali percorsi Dio ha condotto un uomo alla nascita di quella comunità.

Altro elemento di metodo che ci porta a propendere per una valutazione positiva è il frequente ricorso ai testi fontali dell’esperienza di Bose (cf. pp. 129-130, bibliografia essenziale). L’autore ne fruisce con una certa duttilità, non formula pareri personali e non dà valutazione alcuna senza il supporto di documenti o testimonianze correlate. Questo permette di presentare un’esperienza «per quello che è», senza il bisogno di costruire congetture, di colmare i vuoti o, peggio, di aggiustare dati o date per costruire un mito. Non ultima, va lodata la capacità di sintesi, derivante a nostro avviso da una particolare predisposizione dell’autore, nonché dall’aver dedicato buona parte dei propri studi alle nuove realtà monastiche italiane.

Nessun neo, allora? Nessuna pecca in questo agile libro? Avremmo gradito certamente una trattazione più estesa sulle fonti che ispirano Bose. È vero, il testo è una sorta di sintesi e quindi le pretese di organicità devono essere proporzionate al genere letterario; ma specialmente per le nuove fondazioni il capitolo delle fonti è nevralgico, fondamentale. Qualche parola in più a proposito, non avrebbe di certo appesantito il testo.
Quello presentato è comunque un libro che si raccomanda a quanti vogliono essere introdotti al carisma di Bose, a quanti vogliono comprendere in semplicità i passi che hanno condotto dalla fondazione all’attuale situazione.


a.f.

pubblicata in: Studia Patavina 52 (2005) fasc. 1, pp. 321-325.

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